A cura di redazione

VENEZIA – Non è un’esclusione ufficiale, ma il segnale politico e culturale è inequivocabile. Alla vigilia dell’apertura della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, la giuria internazionale ha annunciato che non prenderà in considerazione per i premi i Paesi i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale. Una formula che, senza citarli esplicitamente, riguarda Russia e Israele.

La decisione, senza precedenti nella storia recente della Biennale, si traduce in un’esclusione dai riconoscimenti più ambiti — i Leoni d’Oro e d’Argento — pur lasciando formalmente intatta la partecipazione dei padiglioni nazionali.
P U B B L I C I T A’

Una scelta “implicita”, ma chiarissima
La dichiarazione della giuria è calibrata nel linguaggio, ma netta nel contenuto: non verranno valutati i Paesi i cui vertici politici sono oggetto di accuse da parte della Corte penale internazionale.
Dietro la formula giuridica si intravede una presa di posizione etica. Le giurate — guidate dalla presidente Solange Farkas — parlano apertamente di responsabilità nel collegare l’arte alle “urgenze del nostro tempo” e alla difesa dei diritti umani.
Il riferimento è diretto: i mandati della Corte riguardano il presidente russo Vladimir Putin per il conflitto in Ucraina e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per la guerra a Gaza.
Arte e geopolitica: una tensione irrisolta
La Biennale, spesso definita “le Olimpiadi dell’arte”, si trova ancora una volta al centro di una frizione tra libertà culturale e responsabilità politica.
Da un lato, la Fondazione ribadisce un principio storico: non escludere i Paesi partecipanti e garantire uno spazio di dialogo globale. Dall’altro, la giuria esercita la propria autonomia introducendo un criterio etico nella valutazione dei premi.
Il risultato è un equilibrio instabile: presenza sì, riconoscimento no.
Il contesto: polemiche e pressioni europee
La decisione arriva in un clima già incandescente. La riapertura del padiglione russo, dopo l’assenza seguita all’invasione dell’Ucraina, ha suscitato forti critiche politiche e istituzionali.
La Commissione europea ha addirittura minacciato — e in parte avviato — il taglio di un finanziamento da circa 2 milioni di euro, contestando la scelta della Biennale di ammettere nuovamente Mosca.
In questo scenario, la mossa della giuria appare anche come una risposta indiretta alle pressioni esterne: un modo per non intervenire sulla partecipazione, ma per incidere sul piano simbolico dei premi.
Un precedente destinato a fare scuola?
La linea tracciata per il 2026 potrebbe aprire un precedente delicato. Per la prima volta, il criterio di valutazione artistica si intreccia esplicitamente con la responsabilità politica degli Stati rappresentati.
Resta da capire se questa scelta resterà un episodio isolato o segnerà una nuova fase per le grandi esposizioni internazionali.
Nel frattempo, la Biennale si prepara ad aprire i battenti il 9 maggio, con 99 Paesi partecipanti e una domanda sospesa tra le opere: può l’arte restare neutrale, quando il mondo non lo è più?
