A cura di redazione

Anselmo Bucci
olio su tela, cm 117 x 71, dono in memoria di Emanuele Levati
ROVERETO – C’è qualcosa di profondamente attuale nel ritorno di Anselmo Bucci. Forse perché la sua vicenda artistica sfugge a ogni etichetta, attraversa movimenti e linguaggi senza lasciarsi imprigionare da nessuno. O forse perché il suo sguardo, sospeso tra tradizione e modernità, appare oggi sorprendentemente vicino alla sensibilità contemporanea.

Con la mostra “Anselmo Bucci (1887-1955). Il tempo del Novecento tra Italia e Europa”, il MART di Rovereto dedica all’artista marchigiano la più ampia esposizione mai realizzata, riunendo oltre 150 opere tra dipinti, incisioni, disegni, fotografie e materiali d’archivio provenienti da importanti collezioni pubbliche e private. L’esposizione, curata da Beatrice Avanzi e Luca Baroni, si propone di restituire al pubblico la complessità di una figura rimasta troppo a lungo ai margini delle grandi narrazioni del Novecento italiano.
La mostra ha il merito di affrontare Bucci senza schematismi. Non il semplice esponente del Novecento Italiano, non soltanto il pittore mondano della Parigi degli anni Venti, né esclusivamente il raffinato incisore o lo scrittore che vinse il Premio Viareggio con Il pittore volante. Il percorso espositivo restituisce invece l’immagine di un intellettuale europeo, inquieto e indipendente, capace di muoversi tra Milano e Parigi, tra la cultura figurativa italiana e le avanguardie internazionali, mantenendo sempre una sorprendente autonomia di giudizio. (Mart)
Il titolo della mostra coglie perfettamente il nodo centrale della sua personalità: Bucci è infatti un artista insieme antico e moderno. Antico nella solidità del disegno, nell’amore per la grande tradizione figurativa, nella ricerca di equilibrio e misura. Moderno nella capacità di osservare la città contemporanea, la velocità del mondo nuovo, le trasformazioni sociali e culturali dell’Europa del primo Novecento. La sua pittura vive costantemente di questa tensione tra memoria e innovazione, tra ordine classico e inquietudine moderna.
Particolarmente riuscita appare la sezione dedicata agli anni parigini, dove emerge il Bucci cosmopolita e sperimentatore. Le incisioni, spesso considerate una parte minore della sua produzione, rivelano invece una straordinaria capacità tecnica e una sensibilità grafica che lo collocano tra i più raffinati interpreti europei della disciplina. Allo stesso tempo, i dipinti mostrano un artista capace di passare dalle atmosfere urbane ai ritratti, dalle scene di guerra ai paesaggi, senza mai perdere una propria riconoscibile identità.
Il percorso mette inoltre in luce il suo rapporto ambiguo con il movimento del Novecento Italiano. Bucci fu tra i protagonisti della stagione promossa da Margherita Sarfatti e contribuì persino alla definizione del nome del gruppo, ma mantenne sempre una posizione autonoma, spesso critica e distante dalle rigidità ideologiche che finirono per accompagnare quel contesto culturale. Proprio questa indipendenza costituisce oggi uno degli aspetti più affascinanti della sua figura.
La sensazione che si prova uscendo dalle sale del MART è quella di aver riscoperto non soltanto un artista, ma un’intera stagione culturale. Bucci diventa infatti il punto di osservazione privilegiato per leggere le contraddizioni e le ambizioni dell’Europa tra le due guerre, il dialogo tra Italia e Francia, il rapporto tra tradizione e modernità che ha segnato tutta l’arte del XX secolo.
La mostra rappresenta dunque molto più di una retrospettiva. È un’operazione critica destinata a incidere negli studi futuri sull’artista e, probabilmente, a modificarne definitivamente la posizione nella storia dell’arte italiana. Per chi conosce Bucci soltanto attraverso il Novecento Italiano, la visita riserva numerose sorprese. Per chi non lo conosce affatto, costituisce una delle occasioni più interessanti della stagione espositiva italiana.
Anselmo Bucci torna così al centro della scena, mostrando quanto sia ancora attuale il suo insegnamento: essere moderni senza rinunciare alla tradizione, essere europei senza perdere la propria identità, essere liberi anche all’interno delle correnti artistiche del proprio tempo.
