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A cura di redazione

Roma – Lo Stato italiano ha acquistato per 30 milioni di euro il Ritratto di monsignor Maffeo Barberini, dipinto attribuito a Michelangelo Merisi da Caravaggio, destinato a entrare nelle collezioni delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini. L’operazione, conclusa dopo oltre un anno di trattative con i proprietari privati, rappresenta uno degli investimenti più consistenti mai sostenuti dallo Stato italiano per l’acquisto di una singola opera d’arte.
Il dipinto, realizzato intorno al 1598-1603, raffigura il giovane Maffeo Barberini, futuro papa Urban VIII, all’epoca chierico della Camera Apostolica e figura emergente nella curia romana. L’opera è considerata uno dei rarissimi ritratti attribuiti al Merisi, artista di cui si conoscono complessivamente circa sessanta dipinti.
Per il Ministero della Cultura l’acquisto rappresenta un importante successo: un capolavoro destinato al mercato privato rimane invece patrimonio pubblico e viene reso accessibile a studiosi e visitatori. Ma dietro l’entusiasmo istituzionale si è riaperto un dibattito che accompagna questo dipinto da decenni: l’attribuzione a Caravaggio è davvero indiscutibile?
Un’attribuzione nata nel Novecento
Il dipinto fu riconosciuto come opera del Merisi dallo storico dell’arte Roberto Longhi nel 1963, quando pubblicò un celebre studio sulla rivista Paragone. Da allora gran parte della critica ha accettato l’autografia del quadro, considerandolo un tassello fondamentale nella ritrattistica moderna.
L’opera è rimasta per decenni in una collezione privata fiorentina ed è stata esposta al pubblico solo recentemente, prima della decisione dello Stato di acquisirla definitivamente.
La composizione presenta molte caratteristiche tipiche del linguaggio caravaggesco:
la luce radente che modella il volto del prelato; la forte intensità psicologica dello sguardo; il gesto della mano che sembra rivolgersi a un interlocutore fuori campo.
Elementi che hanno convinto molti studiosi dell’autografia.
Le perplessità della critica
Nonostante il riconoscimento diffuso, il dipinto non è mai stato del tutto immune da dubbi. Alcuni studiosi hanno osservato che l’attribuzione si fonda soprattutto su analisi stilistiche più che su documenti certi dell’epoca.
La storia del quadro, infatti, presenta lacune: la sua provenienza è ricostruita solo in parte e il dipinto compare con sicurezza nelle fonti soltanto in tempi relativamente recenti.
Inoltre esiste più di un ritratto di Maffeo Barberini associato al nome di Caravaggio, circostanza che complica il quadro attributivo e alimenta il confronto tra studiosi. Alcuni storici dell’arte hanno proposto in passato attribuzioni alternative o ipotesi di bottega, ricordando quanto sia difficile definire con certezza il catalogo del Merisi.
Il caso non è isolato: numerose opere del pittore lombardo – come il celebre Narciso – sono state oggetto di lunghe dispute attributive tra specialisti.
Un acquisto tra politica culturale e ricerca
Nonostante le discussioni, il Ministero della Cultura ha deciso di procedere all’acquisto, ritenendo il dipinto di importanza tale da giustificare l’investimento. L’obiettivo dichiarato è rafforzare il patrimonio pubblico e impedire che opere di grande rilievo finiscano definitivamente nel mercato internazionale.
Ora il quadro entrerà stabilmente nelle sale di Palazzo Barberini, dove potrà essere studiato e confrontato con altre opere del maestro lombardo.
Il verdetto della storia dell’arte
La vicenda dimostra ancora una volta quanto il catalogo di Michelangelo Merisi da Caravaggio resti terreno di confronto tra studiosi.
L’acquisto da parte dello Stato ha salvato il dipinto dalla dispersione nel mercato privato, ma non ha chiuso il dibattito. Al contrario, lo ha riacceso: perché ogni nuova opera attribuita al Merisi, artista dalla produzione relativamente limitata, può cambiare la nostra conoscenza della sua pittura.
E forse proprio nelle sale di Palazzo Barberini, davanti a quel volto severo del futuro papa Urbano VIII, continuerà una delle domande più affascinanti della storia dell’arte: è davvero un Caravaggio?
